In fine (ep. 19)
Louis-Ferdinand Céline, "Rigodon" (1961)
Alla fine non resta che un sigillo e insieme una dissolvenza: non c’è più niente, «que plus rien existe». È con queste parole che Louis-Ferdinand Céline chiude Rigodon, l’ultimo romanzo compiuto alla vigilia della morte e pubblicato postumo nel 1969, e insieme la sua stessa vita maledetta. Rigodon è l’ultima sezione della «trilogia del Nord», il ciclo che segna il suo controverso ritorno sulla scena letteraria francese, dopo gli anni del discredito, dovuto al suo collaborazionismo con la Repubblica di Vichy e ai suoi pamphlet ferocemente antisemiti in cui aveva spinto l’odio razziale fino all’invocazione dello sterminio degli ebrei, donne e bambini compresi. Dopo la prigione e l’esilio in Danimarca era rientrato in patria nel 1951, ridotto a figura marginale. Visse gli ultimi anni quasi recluso nella casa di Meudon, sobborgo parigino, con la moglie Lucette Almanzor, ballerina che gli rimase accanto fino alla fine, con pochi amici fedeli e con i suoi amatissimi animali, a cui dedica l’ultimo libro: soprattutto i gatti, tra cui Tomine, Flûte e Billy; il pappagallo del Gabon Toto; e i cani, tra cui il pastore tedesco Totom e il meticcio Polka. Lì, in condizioni economiche difficili e con la salute minata dall’ipertensione e dalla cirrosi, si immerse in una scrittura convulsa, ossessiva. Tra il 1957 e il 1961 porta a compimento il ciclo, composto dai tre romanzi Da un castello all’altro, Nord, e Rigodon. I tre libri sono parte di un unico progetto memoriale deformato, un tentativo di rivivere e trasfigurare gli anni della disfatta, ma senza alcuna volontà di giustificazione. Né una confessione, né un’autoassoluzione: piuttosto la volontà di fissare sulla pagina l’esperienza della caduta, il crollo della civiltà europea vista dall’interno delle macerie. Termina Rigodon il 30 giugno 1961, e il mattino del giorno dopo lo comunica alla moglie e all’editore Gallimard, prima di morire, in quello stesso giorno. Lucette conservò gelosamente i manoscritti, evitando che andassero dispersi. Sarà lei, insieme all’editore, a curarne la pubblicazione dopo la morte del marito, difendendo quell’eredità scomoda e incandescente. Rigodon racconta la fuga di Céline, della moglie e del gatto Bébert attraverso la Germania del 1945, verso la Danimarca. È una cronaca di viaggio che ha molto dell’odissea rovesciata: non un ritorno alla patria, ma un incessante spostarsi in una terra devastata. Il romanzo si apre a Meudon, nella reclusione domestica dell’ultimo Céline, come una sorta di autoritratto in decomposizione. La malattia, il rancore, le ossessioni contro editori e detrattori, le telefonate dei giornalisti che lo incalzano e i visitatori notturni: tutto è già ritmo sincopato, che anticipa lo sguardo sulla disfatta. Da qui la memoria si spalanca e trascina il lettore nel 1945, quando la Germania era un campo di rovine e la fuga una condizione permanente. Il viaggio riparte dal castello di Zornhof, il luogo in cui si era chiuso Nord, ma non assume mai la forma di un itinerario lineare. L’obiettivo è raggiungere la costa del Baltico, arrivare a Rostock, capire se da Warnemünde sia ancora possibile imbarcarsi verso la Danimarca, sottraendosi al collasso della Germania hitleriana. Ma la fuga, in Rigodon, non procede secondo una geografia ordinata. Rostock, Warnemünde, il Baltico, poi il passaggio verso la Danimarca sono stazioni instabili di un movimento febbrile, continuamente minacciato dall’interruzione. Il treno domina la narrazione. È simbolo di un progresso ridotto a caricatura: una bara collettiva stipata di soldati, civili, feriti. Le carrozze sono luoghi della decomposizione sociale, con le uniformi logore, i corpi stremati, le lingue mescolate. In un passaggio, Céline descrive un treno «imbottito, così irto di gambe, di braccia, di teste», come «un verme di accelerato» che si dipana nell’inferno ferroviario. L’immagine di questi convogli che si allungano all’infinito senza mai arrivare a destinazione è la figura stessa della catastrofe europea: una civiltà che continua a muoversi senza approdo, sospinta da un’inerzia cieca. Ogni tappa è una stazione dell’inferno, dove troviamo soldati tedeschi allo sbando, ospedali improvvisati in cui i feriti si trascinano come comparse di un teatro macabro, civili che vagano tra cenere e rovine. La disfatta diventa buffoneria, dal momento che l’eroismo è abolito, sostituito da caricature e tic ridicoli. Céline non risparmia nessuno, nemmeno sé stesso: il narratore è parte del corteo, un clown disperato che ride nel disastro. È il tipico procedimento céliniano: togliere all’orrore il pathos e ridurlo a caricatura, perché solo così se ne coglie l’assurdità. La cronaca si spezza così in digressioni furiose, lampi di profezia, invettive contro intellettuali e politici. Il tempo stesso del racconto è fatto di accelerazioni e condensazioni, e improvvise dilatazioni. Rispetto a Da un castello all’altro e Nord, in cui l’amico Robert Le Vigan - l’attore francese anche lui collaborazionista, trasfigurato in La Vigue - aveva un ruolo più centrale, qui la sua presenza si assottiglia progressivamente, fino a essere inghiottita dalla dispersione generale della fuga. Per un tratto accompagna ancora Céline, Lucette e Bébert; poi anche lui, come altri compagni occasionali, viene seminato dal movimento cieco della storia. Resta allora, sempre più nudo, il nucleo essenziale: Céline, Lili-Lucette e il gatto Bébert. Questo restringimento della compagnia accentua l’isolamento, riduce il viaggio a un nucleo elementare. È come se la storia stessa si fosse spogliata dei comprimari, lasciando soltanto il dramma essenziale della coppia e del loro animale. Bébert, in particolare, il gatto fedele, diventa personaggio simbolico, incarnazione di una vita che resiste nell’istinto puro. Mangia, dorme, osserva: ciò che agli uomini è negato, agli animali riesce ancora. Rigodon è, in fondo, un libro sugli animali come custodi di un residuo di innocenza, come se solo loro potessero incarnare una forma di continuità di fronte al crollo della civiltà. Il nucleo della fuga non resta, però, sempre chiuso nella triade Céline-Lili-Bébert. A un certo punto il romanzo si popola anche di bambini, di «marmocchi» derelitti, creature deboli, affamate, sorde, confuse, raccolte quasi per caso nel disordine della catastrofe. La loro presenza sposta ancora di più il viaggio verso una specie di arca su cui non si salvano gli eletti, non si preserva il seme di una civiltà futura, ma si trascinano corpi vulnerabili, scarti della storia, vite minime che nessuna ideologia sa più nominare. Accanto a Bébert, questi bambini introducono nel delirio céliniano un residuo di pietà quasi involontaria. Man mano che si avanza, però, il romanzo implode. Nella parte finale, la cronaca lascia spazio a visioni apocalittiche. L’immagine ossessiva dell’«invasione cinese» si impone come simbolo del collasso europeo. Non si tratta di un semplice sfogo paranoico: è la deformazione estrema di una civiltà che si sente condannata a essere travolta. In questo delirio si specchia non solo l’ossessione personale dell’autore, ma l’intera nevrosi del continente sconfitto. Il disastro esterno si fonde con quello interno. Così, quando il viaggio, dopo deviazioni infinite, raggiunge l’obiettivo apparente - la Danimarca - l’approdo non ha nulla della salvezza. Copenaghen non è Itaca, ma il luogo ambiguo in cui Céline cerca la banca, i documenti, il denaro messo al sicuro, mentre già si prepara, fuori dal tempo del romanzo, l’esilio coatto e poi l’arresto. Non c’è chiusura narrativa, dunque, ma solo un arresto linguistico: «que plus rien existe». Non c’è più nulla: non storia, non senso, non redenzione. È il limite stesso della scrittura céliniana, in cui il contenuto implode sotto la pressione dello stile. Rigodon è un valzer della rovina, dove la lingua diventa essa stessa disastro, con le sue frasi spezzate, le sospensioni infinite, gli accumuli che non si sciolgono. È la partitura di una lingua che balla sul posto, come la danza che gli dà il titolo: scarti, rimbalzi, ma nessun progresso. In questo moto ipnotico si rivela il cuore più segreto del libro: il nulla come ritmo e la musica della fine, che si ostina a danzare su quel nulla. In questo senso, Rigodon può essere letto come l’autopsia di una civiltà che continua a vivere anche quando il cuore è fermo. Dalla notte inaugurale di Voyage au bout de la nuit fino a questo «più niente», Céline attraversa la modernità come uno sciamano del disastro. Rigodon è il suo ultimo rito: una «petite musique» che persiste, disturbante, irriducibile e intraducibile, viva, come un assolo di bebop o la frantumazione lancinante del free jazz. È il ritmo ultimo di Céline, l’unico modo che la lingua ha per esistere ancora, anche dopo la fine.
Le citazioni sono tratte dall’edizione Einaudi, traduzione di Giuseppe Guglielmi.


