Nel gennaio del 1988, in un’aula del Tribunale distrettuale di Gerusalemme, alcuni sopravvissuti di Treblinka indicano nell’anziano operaio americano John Demjanjuk il carnefice conosciuto come Ivan il Terribile. Lo riconoscono a quasi mezzo secolo di distanza. Affermano che quell’uomo appesantito dagli anni, apparentemente ordinario, è la stessa persona che azionava le camere a gas e infieriva sui prigionieri in attesa di morire. Nello stesso momento, poco lontano dal tribunale, un altro uomo si presenta ai giornalisti con il nome di Philip Roth, abita in una suite del King David Hotel e promuove un programma politico chiamato «diasporismo». Il vero Philip Roth, lo scrittore statunitense, arriva a Gerusalemme e si trova così davanti a due casi di identità controversa: nel primo, un uomo sostiene di essere scambiato per un criminale nazista; nel secondo, un impostore si appropria del nome di un altro e pretende di essere creduto. Riproposto da Adelphi nella traduzione di Ottavio Fatica, con una prefazione di Emmanuel Carrère, Operazione Shylock porta come sottotitolo «una confessione». Roth assicura nella premessa di aver ricostruito fatti realmente accaduti, servendosi dei propri quaderni di appunti. Nell’ultima pagina, però, una nota avverte che il libro è un’opera di fantasia e si conclude con una frase che dissolve ogni certezza: «Questa confessione è falsa». Il lettore viene invitato, dunque, a credere e poi privato degli strumenti per farlo, sottoposto alla stessa prova affrontata dai giudici del processo Demjanjuk: decidere quale rapporto esista tra un nome, un corpo e la storia che li tiene insieme. Roth ha spesso costruito la propria letteratura intorno al doppio. Nathan Zuckerman gli ha consentito di trasformare la biografia in finzione e la finzione in un commento aggressivo sulla biografia. In Operazione Shylock il gioco si fa più spericolato. Moishe Pipik, come Roth ribattezza l’impostore, non scrive romanzi e non tenta di imitarne lo stile. Occupa direttamente il nome dello scrittore. Se ne serve come di un territorio già conquistato, con i suoi confini riconoscibili e il prestigio accumulato nel tempo. La firma Philip Roth diventa una risorsa politica disponibile, un passaporto che permette a Pipik di parlare in pubblico, raccogliere denaro e trasformare una fantasia personale in un movimento. Il nome, scopre Roth, non gli appartiene interamente. Dopo decenni di libri, interviste e polemiche, Philip Roth è diventato anche un personaggio pubblico, una figura che circola indipendentemente dall’uomo che l’ha prodotta. Pipik riesce a impadronirsene perché la letteratura ha già separato lo scrittore dalla sua identità privata. L’impostore porta alle estreme conseguenze ciò che ogni lettore compie quando confonde l’autore con le sue creature, attribuendogli le parole pronunciate dai personaggi o cercando nei romanzi una confessione nascosta. Per questo il confronto fra Roth e Pipik non coincide con la lotta tra l’originale e la copia, poiché l’originale è già disseminato nelle proprie maschere. Roth può denunciare il furto del nome, ma non riesce a indicare una versione stabile di sé che l’impostore avrebbe contraffatto. È lo scrittore scandaloso di Lamento di Portnoy, l’intellettuale ebreo americano accusato di antisemitismo dagli ebrei e di tribalismo dagli antisemiti, l’uomo appena uscito da una devastante crisi psichica provocata dall’Halcion. È anche un interprete instancabile di ruoli, attratto dalle identità che dichiara di rifiutare. Ma in che cosa consiste il diasporismo promosso da Pipik? È un movimento che prevede il ritorno degli ebrei ashkenaziti da Israele verso i paesi europei dai quali provenivano le loro famiglie. L’idea è folle, grottesca e storicamente oscena, perché osa immaginare gli ebrei accolti in Polonia dopo che la presenza ebraica europea è stata cancellata dalla Shoah. Eppure Roth non liquida Pipik come un semplice ciarlatano. La sua teoria assorbe paure reali e le restituisce in forma delirante. Israele, sostiene l’impostore, ha concentrato gli ebrei in un unico luogo esponendoli a una nuova catastrofe, mentre il nazionalismo israeliano ha alterato la natura dell’esperienza ebraica, fondata per secoli sulla dispersione. Pipik offre una risposta insostenibile a una domanda autentica, ineludibile: che cosa accade quando una comunità costruita attorno alla memoria dell’esilio diventa uno Stato, possiede un esercito e governa un altro popolo? Nel romanzo nessuna risposta è univoca. Il sionismo può apparire come la liberazione degli ebrei dalla vulnerabilità della diaspora e, nello stesso tempo, come una macchina capace di produrre una nuova condizione di assoggettamento. Il diasporismo può proclamarsi umanista mentre trasforma il ritorno in Europa in una caricatura della deportazione. Ogni teoria porta dentro di sé la propria deformazione. Così, se Pipik si stabilisce dentro il nome Philip Roth come una presenza abusiva, più tardi sarà lo stesso Roth a entrare nell’identità dell’impostore, pronunciando le sue tesi e recitando la parte del diasporista davanti a interlocutori che lo prendono sul serio. Il capitolo intitolato «Pipik sono io» segna il punto in cui la difesa dall’usurpazione si converte in contagio. Roth scopre di saper parlare come il proprio doppio, «usurpando l’identità dell’usurpatore che aveva usurpato la mia». Le argomentazioni che gli sembravano ridicole acquistano forza appena è lui a pronunciarle. Essere Pipik significa lasciarsi guidare dal piacere dell’eloquenza, dal potere quasi erotico di sostenere una posizione estrema e vedere gli altri reagire. La politica diventa così una forma di teatro nel quale l’attore finisce per dipendere dal personaggio che interpreta. È uno dei motivi per cui Operazione Shylock appare tanto sovraccarico di discorsi. I personaggi parlano senza misura, argomentano fino allo sfinimento, trasformando ogni incontro in un tribunale. Nessuno conversa davvero. Ciascuno accusa, testimonia, si giustifica o tenta di reclutare l’interlocutore. Anche le parole più intime vengono trascinate nel conflitto storico. L’ebreo americano deve rispondere di Israele; l’israeliano deve rendere conto dell’occupazione; il palestinese è chiamato a incarnare la perdita della propria terra; il sopravvissuto viene costretto a dimostrare la precisione della propria memoria. Nel libro la storia collettiva entra così nei corpi e li rende prove. Il corpo di Demjanjuk deve confermare o smentire la memoria dei sopravvissuti. Quello malato di Pipik serve a sostenere la storia dell’uomo sconfitto che cerca una seconda vita appropriandosi dell’esistenza altrui. Il corpo di Roth, ancora vulnerabile dopo il crollo nervoso, non offre alcuna garanzia di continuità psichica. Perfino l’identità sessuale e sentimentale viene coinvolta nella disputa, quando Roth seduce Jinx, la compagna dell’impostore, quasi volesse riconquistare attraverso di lei ciò che gli è stato sottratto. Il processo Demjanjuk non costituisce dunque uno sfondo storico aggiunto per conferire gravità alla farsa del doppio. Ne è il centro segreto. Nel tribunale, l’identità viene ricostruita mediante fotografie, ricordi, documenti e testimonianze. Ma se la memoria dei sopravvissuti possiede una verità che nessuna cautela giudiziaria può cancellare, il dolore non elimina la possibilità dell’errore. Il diritto chiede una certezza individuale a una storia che ha prodotto milioni di morti anonimi e innumerevoli identità distrutte. Roth si inoltra in questa zona senza offrire al lettore la sicurezza morale di una posizione esterna. Anche lui osserva Demjanjuk e cerca di riconoscere Ivan. Anche lui vuole che il volto visibile coincida con il mostro raccontato dai testimoni. Poco dopo pretende di smascherare Pipik appellandosi alla certezza più elementare: io so chi sono. Eppure il romanzo mostra quanto questa certezza sia fragile, poiché l’io dipende dalla testimonianza degli altri quasi quanto l’imputato in tribunale. Basta che un numero sufficiente di persone riconosca Pipik come Philip Roth perché l’usurpazione cominci a produrre effetti reali. Il Mossad comprende perfettamente questa vulnerabilità. Nell’ultima parte lo scrittore viene coinvolto in un’operazione di intelligence e trasformato in agente. La letteratura, che gli permetteva di attraversare liberamente identità contraddittorie, diventa ora una competenza utilizzabile dallo Stato. Roth sa inventare, sedurre, dissimulare; sa convincere gli altri che il personaggio esiste. Le qualità del romanziere coincidono con quelle della spia. Entrambi fabbricano versioni credibili della realtà e lavorano sulla distanza tra ciò che una persona è e ciò che può essere indotta ad apparire. L’undicesimo capitolo, dedicato all’operazione vera e propria, risulta però assente. Roth dichiara di averlo eliminato su richiesta di un agente israeliano. Il centro narrativo annunciato dal titolo viene così sottratto al lettore. L’omissione può dimostrare che la missione è realmente accaduta, oppure rappresentare l’ultima invenzione escogitata per accreditarla. La censura diventa indistinguibile dall’espediente letterario, dal momento che il segreto garantisce la verità del racconto e contemporaneamente impedisce di verificarla. In questa sottrazione finale si compie la vendetta di Roth contro Pipik. Se l’impostore aveva occupato il suo nome, ecco che adesso lo scrittore occupa l’impostore incorporandolo nel libro. Gli concede una voce, una biografia, una malattia e un desiderio. Poi lo trasforma in personaggio, sottraendogli qualunque esistenza autonoma. Pipik può dichiararsi Philip Roth, ma sarà il romanzo a decidere in quale forma continuerà a esistere.
Resta impossibile sapere chi abbia vinto. Il vero Roth finisce per usare i metodi del falso, mentre la confessione che dovrebbe ristabilire i fatti li rende ancora più incerti. Il romanzo mostra che un nome pubblico non possiede più un proprietario unico, perché è abitato dalle interpretazioni, dalle accuse e dalle fantasie altrui. Operazione Shylock è forse il libro in cui Roth porta più lontano la propria concezione dell’identità come disputa. L’uomo non coincide con il racconto che fa di sé, eppure non può esistere fuori dai racconti che lo circondano. La storia personale diventa una frontiera instabile, attraversata da forze politiche e memorie collettive. Perfino la letteratura rischia di trasformarsi in occupazione: che cosa fa, infatti, lo scrittore se non entrare nelle vite altrui, requisirne le voci e disporle sulla pagina? In questo modo Roth costruisce con istrionica genialità un libro nel quale ogni riconoscimento contiene la possibilità di un’usurpazione e ogni identità, appena viene pronunciata, diventa un territorio conteso.
Post scriptum
Che cosa ci dice, oggi, dopo il 7 ottobre e la guerra di devastazione a Gaza, un libro come Operazione Shylock? Forse che il romanzo, quando è un grande romanzo, può comprendere la complessità della storia meglio di molti saggi, perché non pretende di chiuderla in una tesi, non vuole dimostrare nulla e non distribuisce dall’alto le colpe e le assoluzioni. Fa parlare. Lascia, cioè, che le ragioni entrino in attrito tra loro, mostrando che la tragedia non nasce sempre dall’assenza di ragioni, ma talvolta dal loro eccesso: dal fatto che ciascuno possiede una memoria ferita, una paura fondata, una perdita reale, e tuttavia nessuna di queste ragioni può bastare a cancellare la sofferenza dell’altro. È questo che Roth riesce a fare nel conflitto israelo-palestinese: non scioglie l’asimmetria concreta dell’occupazione dentro un generico conflitto di narrazioni. Nel romanzo George Ziad, vecchio compagno di studi di Roth, palestinese intellettuale colto e americanizzato, vive il ritorno a Ramallah come un’impossibile ricongiunzione con l’infanzia. Parla - anzi sproloquia - dalla parte palestinese della casa perduta, del padre esule, degli alberi di mandorlo, del figlio al quale viene trasmessa una lotta non scelta. Ma Roth non lascia questa voce sola. Le affianca quella di Gal Metzler, giovane ufficiale israeliano, figlio di un sopravvissuto ad Auschwitz. Gal è un ragazzo che sa di essere visto dai palestinesi come «un mostro israeliano con occhiali da sole e scarponi», e proprio per questo non può assolversi del tutto. Avverte la brutalità del potere che esercita, il disgusto per il proprio governo, la corruzione morale prodotta dall’occupazione, e tuttavia porta dentro di sé l’altra memoria, quella del padre sopravvissuto allo sterminio, per il quale «uno Stato non agisce in base a un’ideologia morale, uno Stato agisce nel proprio interesse. Uno Stato agisce per preservare la propria esistenza». Un’esistenza che, nel caso dello Stato ebraico, è la risposta estrema alla catastrofe. «Ci abbiamo provato. Non ha funzionato»: in questa frase c’è la ragione storica del sionismo - l’esperienza ebraica dell’apolidia - e la consapevolezza che la benevolenza altrui non ha salvato gli ebrei europei. Roth tiene insieme George e Gal senza pacificarli. George ha ragione quando parla dell’umiliazione quotidiana e dell’occupazione come realtà materiale. Gal ha ragione quando ricorda che Israele nasce anche dalla paura, non immaginaria, dell’annientamento. Ma le ragioni di Gal non cancellano la casa di George; e le ragioni di George non cancellano Auschwitz dalla memoria del padre di Gal. Il romanzo ci costringe a stare proprio lì, nel punto in cui le ragioni non si annullano ma si feriscono reciprocamente. Dopo il 7 ottobre, questa lezione diventa ancora più attuale. Perché l’orrore dell’attacco di Hamas non può diventare una giustificazione illimitata della devastazione di Gaza, così come la devastazione di Gaza non può cancellare l’orrore del 7 ottobre, né la paura israeliana di vivere circondata da nemici che ne contestano l’esistenza. Ogni tentativo di cancellare una delle due memorie produce soltanto menzogna. La grandezza di Roth sta nel rifiutarsi di mettere sullo stesso piano tutto e allo stesso tempo nel mostrare che nessun popolo può abitare per sempre nella propria ferita senza rischiare di trasformarla in cecità. La frase di Anna, la moglie di George, è la più significativa, in questo senso: «quante vittime potranno mai starci su questo minuscolo pezzo di terra?». È la domanda che attraversa ancora oggi Israele e Palestina, con due popoli che si contendono non soltanto un territorio, ma il diritto di essere riconosciuti come vittime, come sopravvissuti, come minacciati, come legittimi abitanti della storia. E quando ogni identità si fonda sulla propria vulnerabilità, il riconoscimento dell’altro appare quasi come una diminuzione della propria sofferenza. Roth, attraverso lo strumento del romanzo, vede più lontano e prima di tante ricostruzioni o analisi saggistiche, perché non deve scegliere una sola voce. Può farci ascoltare George e Gal, la casa perduta e Auschwitz, l’occupazione e la paura dell’annientamento, il padre palestinese e il padre ebreo sopravvissuto. Può mostrarci che la tragedia non consiste nel fatto che qualcuno abbia torto assoluto e qualcuno ragione assoluta, ma nel fatto che ragioni storiche reali, quando diventano assolute, finiscono per produrre nuova ingiustizia. È ciò che Milan Kundera chiamava il sapere specifico del romanzo, ovvero uno spazio in cui «nessuno possiede la verità» e tuttavia ciascuno «ha diritto a essere capito». È il contrario della propaganda, che comincia sempre quando una voce pretende di espellere tutte le altre. In questo senso Operazione Shylock è un libro profondamente romanzesco e, proprio per questo, profondamente antitotalitario, perché costringe ogni ragione a passare attraverso una biografia e una memoria ferita. George ha ragione quando parla della casa perduta e dell’umiliazione dell’occupazione. Gal ha ragione quando ricorda, attraverso il padre sopravvissuto ad Auschwitz, che gli ebrei hanno già sperimentato che cosa significhi non avere uno Stato. Ma nessuna delle due ragioni può diventare assoluta senza trasformarsi in ingiustizia. Il romanzo impedisce alla verità di diventare monologo. Lascia che le voci si contraddicano, si scontrino e si correggano a vicenda. Ci obbliga a capire senza assolvere, a giudicare senza semplificare, a riconoscere che una tragedia storica può nascere anche dall’urto fra ragioni reali, quando ciascuna pretende di occupare tutto lo spazio della realtà. Roth non offre una soluzione politica, e non potrebbe. Ma ci consegna una forma di intelligenza tragica, capace di vedere insieme ciò che la propaganda separa e ciò che l’odio vorrebbe rendere inconciliabile per sempre.


